mercoledì 23 settembre 2009

...divenatre emotivamente intelligenti ...

L'ascolto e la comprensione della vita emotiva altrui, che è ciò che dobbiamo essere in grado di fare per permettere alla persona di attualizzare le proprie capacità, iniziano dall'ascolto di se stessi. Questo perchè, come sottolinea Daniele Bruzzone in Il sapere dei sentimenti, "Il difficile compito di accompagnare qualcuno, soprattutto quando si devono attraversare insieme i territori inospitali della fragilità, della malattia, della solitudine, esige una maturazione personale e una competenza emotiva che non si trova nei libri, ma si guadagna vivendo e pensando ciò che si è vissuto".(p.60)
Cioè, per essere in grado di agire in modo responsabile, dobbiamo diventare "emotivamente intelligenti", in grado di acquisire la capacità di riconoscere, accettare, esprimere correttamente le proprie emozioni, comprenderne il senso e, quando possibile, trasformarle. Infatti emozioni e sentimenti costituiscono ciò che rende autentico l'aver cura, dal momento che l'intenzione del gesto, l'intensità di una sguardo, la delicatezza di un tocco è quanto perviene alla persona destinataria di cure sotto forma di calore umano, di disponibilità e invito ad incontrarsi al di là dei ruoli prestabiliti.
Dobbiamo iniziare dunque a "dar credito" al sentire, che non significa negare il valore della ragione, ma ampliarne lo spettro, riconoscendo nella vita emotiva la forza di un'intelligenza penetrante.

martedì 22 settembre 2009

...cura di sè...

E' vero, fino ad ora ho sostenuto che l'altro, nel nostro caso la persona disabile, è prima di tutto una persona. Ho cercato di portare degli esempi concreti (film, libri...), tuttavia non posso negare che a volte promuovere le capacità dell'altro non è cosa semplice. Anzi, sbaglio ... chiunque, con un minimo di sensibilità, può essere in grado di cogliere le potenzialità di chi gli sta di fronte. Ma quando questa relazione assume un connotato professionale, allora le cose cambiano. Non tanto per l'assunto paradigmatico (la centralità della persona), quanto per le emozioni che in certi momenti nascono.
Che fare se un ragazzo ci picchia, ma questo è il suo modo per comunicarci qualcosa? O quando com molto entusiasmo ci presentiamo a casa con un bel gioco e crediamo che possa piacere al bambino, mentre per due ore nemmeno ci guarda? Queste situazioni sono all'ordine del giorno per chi decide di diventare educatore, ed è bene parlarne. Parlarne, non tanto perchè si possano trovare delle soluzioni, ma parlarne perchè un lavoro educativo responsabile si traduce in un cura dell'altro, ma anche una cura di sè. L'altro ci pone di fronte dei limiti, che molto spesso sono i nostri limiti. Dedicarsi , attraverso una disponibilità dispendiosa di energie emotive, alla cura dell'altro, genera una falsa vicinanza all'altro. Come sottolinea Vanna Iori "la mancanza di cura di sè scambia per empatia un atteggaimento di dientificazione e fusionalità che sfocia in sentimenti oscillanti tra onnipotenza e impotenza. Fondamentale è accettare i nostri limiti: la vita degli altri non è nelle nostre mani soltanto, non siamo artefici del loro destino, non è mai nelle nostre mani la soluzione di una situazione difficile" (Vanna Iori, Il sapere dei sentimenti, FrancoAngeli 2009).

lunedì 21 settembre 2009

... Mirko Locatelli ...

In questo ultimo periodo mi sto dedicando molto alle piccole dedicate alla disabilità. Credo che, grazie all'utilizzo dell'immagine, certe emozioni possano arrivare prima. In questo mio percorso sto dedicando un'attenzione particolare ai documenti dedicati allepersone con autismo.
Reperire questo materiale non è cosa semplice, molto spesso si trovano i titoli, le schede etc., ma poi non si trova in nessuna videoteca.
Durante queste ricerche ho conosciuto la mediateca LEDHA, un servizio di raccolta e prestito di materiale audiovisivo dedicato alla disabilità. La direzione artistica è affidata al regista Mirko Locatelli, da qualche anno presente sulla scena della cinematografia sociale con due flm molto apprezzati inerenti alla disabilità. Telefonando alla mediateca, mi sono trovata a parlare direttamente con Mirko Locatelli, così ho fatto un po di ricerhe su di lui. Scriverei volentieri qualche riga, ma ho trovato un video su Youtube in cui il regista viene intervistato.
Credo possa essere utile per tutti darci un occhio!

Buona visione!

domenica 20 settembre 2009

...la centralità della persona a Cascina Rossago...


Uno dei luoghi di cura in cui viene data veramente centralità all'altro come persona è Cascina Rossago, struttura residenziale per giovani ed adulti con autismo situata nell'oltrepo pavese. Qualche anno fa ho partecipato ad un convegno sull'autismo e i relatori erano il prof. Barale e la dott. Ucelli di Nemi, fondatori e coordinatori di Cascina Rossago. Ricordo che avevo iniziato a lavorare da poco con i bimbi autistici ed ero alla ricerca di una metodologia e quindi indirettamente di una teoria epistemologicamente valida (l'approccio cognitivo- comportamentale, che in Italia va per la maggiore, è troppo lontano da quello che io sono come persona). Beh, che dire? L'incontro con il Prof. Barale e la dott.ssa Ucellli è stato illuminante. Quel giorno decisi che avrei dovuto fare il tirocionio da loro: certo il posto era lontano, Cascina si trova nella zona dell'oltrepo pavese, ma sentivo che era un'occasione che non dovevo perdere.
Infatto la tensione che anima Cascina Rossago, che è la I Farm comunity in Italia, è quella di generare delle condizioni ecologiche specifiche per l'adulto con autismo offrendo dei contesti regolati di attività in sintonia con le stagioni. Le condizioni (dal trekking nei boschi al lavoro nei campi, dalla pulizia delle stalle alla produzione di oggetti in laboratori di tessitura, falegnameria e ceramica, dal laboratorio di musica a quello cognitivo) non sono attività di intrattenimento, ma veri e propri lavori, fondamentali per lo sviluppo del processo maturatovi dei residenti.
L'agire dell'equipe di Cascina Rossago si dipana come vera e propria estensione della holding winnicottiana. E' perciò centrale l'importanza dello spazio mentale quale spazio di accoglienza dell'altro, condizione che genera un ambiente affettivo-emotivo all'interno del quale ogni ragazzo, nel proprio particolare ed unico modo di esistere, è in grado di manifestare la propria soggettività.


Per il momento sono andata a Cascina per 2 periodi da 2 settimane come volontaria.
Ciò che ho potuto osservare è che gli aspetti teorici alla base del progetto hanno una propria declinazione pratica. A Cascina Rossano, ciò che conta, è prima di tutto la relazione con i ragazzi, la strutturazione di contesti in cui veramente la loro soggettività, anche se in forma aurorale, possa esplicarsi.
Tutto questo lo si vive, lo si percepisce stando con loro, ma ci sono anche degli eventi che rappresentano la "testimonianza oggettiva" di quanto appena detto. Uno fra tutti, la pubblicazione della raccolta di poesie ad inizio anno.
Il libro s'intitola Io sento anche se non parlo. Pensieri per parlare e l'autore è Ike Hasbani, uno degli "inquilini" di Cascina. Ike, attraverso la scrittura facilitata, ha scritto in questi anni brevi ma acutissime liriche che spaziano dai sentimenti che prova per i componenti dalla sua famiglia, all'amore, alla danza, a qualsiasi cosa rappresenti la vita.
Il poetare di Ike è certamente il suo talento, la sua capacità di affinare una tecnica acquisita attraverso letture e studi, ma è anche il suo strumento per raccontarsi e condividere con l'altro ciò che sta dentro e fuori di . Infatti Ike comunica proprio attraverso queste poesie perchè, come dice il titolo stesso del libro, non parla.
Un assaggio per incuriosisrvi e stimolarvi a comprare il libro
Io sento anche se non parlo

Dico stop a regole e leggi inutili per me ed altra gente.
Levo le mie urla acute verso il cielo, stridono,
ma mia voce voglio che si oda.
Dovete ascoltare mie urla, date loro giusto significar.
Ben sono chiaro e dal tono si comprende significato
Mio umore.
Se acuto e simile a fischio, sono sereno e felice
Se civettoso e a tratti muto, sono agitato.
Se simil pianto, sono stufo.
Come non capite i miei gesti?
Se mi nascondo dietro angoli, è per meglio
ascoltare voci fastidiose.
Se mi metto amorevolmente cuscini in testa,
proteggo le mie emozioni.
Se molti cinque do, è per sentirmi partecipe.
Se vado sotto le coperte, mi sento protetto.
Bene vi parlo e sopportate miei bizzarri gesti come
Io faccio con Voi
quando soffocate con troppe parole,
quando fingete che non ci sono e parlate di me,
Io sento anche se non parlo.













sabato 19 settembre 2009

... sessualità e disabilità ...

Se il nostro obiettivo dev'essere quello di guardare all'altro come persona, allora perché la questione sessualità e disabilità, ancora oggi, un tabù? Perché ci si occupa del sostegno scolastico, dell'inserimento lavorativo etc, ma non si trova nemmeno una pagina all'interno del PEI che riguardi la sessualità della persona in questione?
Credo sia un nostro grosso errore quello di pensare che non sia necessario occuparsi di quest'aspetto. Comprendo che possa succedere in quanto la situazione possa spaventarci, disorientarci, farci sentire confusi. E' inoltre evidente che molto spesso le famiglie vogliono negare questo aspetto del proprio figlio.
Ritengo, a questo proposito, fondamentale una prima riflessione su ciò che s'intende per sessualità. Le prossime righe sono la rielaborazione di una ricerca svolta per un'esame universitario collegate ad un intervento del prof. Alici durante un convegno a cui ho assistito.
La sessualità non va pensata come puro atto fisico, bensì come emozioni, percezioni, relazioni costitutive dell'essere umano in quanto tale. Si tratta cioè di una forma d'amore come volto libero e promozionale del bene. Diventa quindi il terzo della relazione quale elemento fondamentale atto a garantire quell'autentica reciprocità grazie alla quale la relazione si trasforma in legame profondo. L'amore rappresenta dunque il polo emotivo delle relazioni umane (la giustizia il polo etico) ed è proprio grazie all'amore che diventa possibile vivere una progettualità riqualificando così la dimensione emotiva dell'essere umano, dunque l'unitarietà della persona.
Allora, se quanto appena letto risulta convincente, la domanda che continua a vagare per la mia testa è : negando la sessualità alle persone disabili, non si rischia di negare la loro dignità come persone?
Ciò a cui tengo molto e verso cui vorrei direzionare la mia attenzione è proprio questo tema. Cioè vorrei che, proprio in quanto elemento costitutivo della persona in quanto tale, la sessualità della persona disabile non venisse pensata come un'optional, una concessione condizionata, ma come un desiderio che possa prendere forma.

Fra le varie letture sull'argomento, ritengo particolarmente significativo un paragrafo tratto dal libro Sesso e sessualità nei disturbi autistici. L'autrice del libro è Wendy Lawson, madre di quattro figli, da bambina diagnosticata come ritardata mentale, da ragazzina come schizzofrenica e, nel 1994 ha avuto l'ultima diagnosi: disturbo dello spettro autistico. Sposata, ha poi divorziato e ha perso tragicamente un figlio.
Nel testo si legge:

Anche se parlare di sesso e sessualità significa evoca re immagini che mettono a disagio molte persone, è necessario saper affrontare questi argomenti, comprenderli e saperne discutere senza imbarazzo. E' evidente inoltre che, per tutti noi come esseri umani, questi temi sono tra i più interessanti: molte persone dedicano molte ore ad esplorarli, magari navigando su internet. Ritornando all'autismo, esso non impedisce ad una persona di svilupparsi sessualmente o di voler esplorare la propria sessualità. Il modo attraverso cui ciò avviene può fare la differenza tra esperienze positive, capaci di aumentare la fiducia in della persona e i tristi incontri che possono aprire la porta alla depressione, al calo di autostima, all'ansia e persino a forma di autolesionismo.
Ciò che mi preme sottolineare è che, come ho già detto sopra, l'autrice del testo è una donna autistica. Questa è una testimonianza dal "di dentro", da chi vive in una situazione apparentemente solipsistica. Eppure, c'è una certa consapevolezza e un desiderio che non devono e non possono mai essere negati a nessuno.
Riguardo a questo argomento segnalo:
A proposito di sentimenti, documento filmico diretto da Daniele Segre
Piovono mucche, un film d Luca Vendruscolo
Attraente, originale ... emotivamente pericoloso, libro di Barbara Jacobs

venerdì 18 settembre 2009

...la danceability...

Riflettendo sulle mie esperienze degli ultimi anni, mi sono resa conto che la prima volta in cui ho autenticamente vissuto la persona disabile come persona, è stato 3 anni fa in occasione di uno spettacolo di Danceability.
Nei primi anni settanta nasce la Contact Improvisation, tecnica di danza che vede le proprie origini grazie al lavoro di un gruppo di danzatori sulla comunicazione possibile attraverso il contatto e su nuove possibilità di movimento. La Danceability è parte specifica della Contact Improvisation, di cui utilizza i principi base.
Questa danza, che si basa principalmente sull’improvvisazione dei movimenti in base alla musica, si sviluppa attraverso un dialogo fisico in cui tutti i sensi sono coinvolti. Essa si fonda sulla fiducia reciproca, la fluidità, l’equilibrio. Muoversi mantenendo il contatto con l’altro, cercando di risolvere ogni azione in passaggi semplici e fluidi, potenzia la capacità di relazione e la percezione sensoriale. Il corpo riceve un’informazione qualificata, si educa al peso, al peso dinamico, allo spazio e al tempo; acquisisce così una consapevolezza dei propri limiti, ma anche delle proprie potenzialità.
La rivoluzione di questa tecnica è di rendere la danza accessibile a tutti, senza limiti di età e fisici. Nella Danceability si scoprono il terreno comune per muoversi con la gravità, che è la base di questa danza, e la comunicazione spontanea attraverso il contatto. Così si possono fare nuove esperienze delle proprie abilità (e dis-abilità) nel muoversi con un’altra persona ed andare oltre i limiti cui si è abituati.
Attraverso questa forma di danza, che è basata sulla consapevolezza, persone con differenti abilità fisiche creano esperienze di reciproca uguaglianza. E’ proprio questo ciò che ho avvertito nel momento in cui, 3 anni fa, ho assistito al primo spettacolo di Danceability. E’ una sensazione che mai dimenticherò. In questo fluire leggero di corpi, accompagnati da una musica particolarmente emozionante, per la prima volta ho percepito il venir meno della diversità. Chi era il disabile e chi l’abile? Percezioni, queste, molto difficili da verbalizzare … situazione che forse, meritano di essere ricordate senza dover essere categorizzate attraverso la parola.

Nell'anno in cui h assistito a questo spettacolo, stavo svolgendo il Servizio Civile presso una comunità residenziale per persone disabili di Padova. Una delle ragazze della comunità praticava (e lo fa tutt'ora) la Danceability, così su consenso del coordinatrice, ho trascorso qualche ora con S. per farle alcune domande.
Ricordo che prima di trovarmi con lei avevo preparato una serie di domande, ma poi, seduta in camera sua, ho compreso quanto importante fosse lasciare che lei, in qualche modo, guidasse il nostro dialogo. Per questo motivo ho cercato di mantenere sempre la direzione del percorso ponendo delle domande, ma allo stesso tempo rispettando le sue esigenze. In particolare quella per cui i ragazzi con sindrome di Down mancando quasi totalmente di pensiero simbolico, tendono a parlare di ciò che è pratico, concreto.

Riporto una parte, credo molto significativa, di quella chiacchierata così intensa. S. mi stava dicendo che è molto contenta di svolgere questa attività.

D: Perché?
R: Primo perché vorrei imparare a danzare e poi, ancora di più, per stare a contatto con queste persone. Perché quando sento il contatto dell’altro e si danza si crea un’emozione.
D: Questa emozione si è creata da subito?
R: No, ci è voluto del tempo, il primo anno era tanto difficile.
D: Perché crea emozione?
R: Perché quando l’altra persona lavora con me e io chiudo gli occhi, quando lui si avvicina sento i suoi sentimenti.
D: Che sentimenti senti?
R: Mi trasmette coraggio e gioia.
D: Gioia per che cosa?
R: Gioia per essere su di morale.

Non succede anche a noi, quando balliamo, di essere felici, di sentire l'altro più vicino? Quanti film sono stati girati ponendo come oggetti d'interesse il ballo e le relazioni che da questo contatto vengono a generarsi?

Il video che propongo è una rappresentazione fatta dall'Ass. Ottavo Giorno di Padova in occasione della festa del volontariato il 7 settembre 2007.

giovedì 17 settembre 2009

...riflessione ...



Confrontandomi con dei cari amici mi sono resa conto di come, per noi educatori, l'altro rappresenti prima di tutto una persona (non un paziente, non un utente ...). Molto spesso agli occhi degli altri professionisti, possiamo apparire come dei "semplicioni", che si avvicinano al prossimo con un gran sentimento d'amore, di accoglienza, ma senza molta cognizione di causa. Cioè, noi educatori, abbiam ancora un'identità professionale troppo debole, liquida ... chiunque, a detta di molti, può fare l'educatore!!


Ma è veramente così? Io credo che effettivamente non tutti possano alzarsi un mattina e decidere di diventare educatori: come per tutte le professioni incentrate sulla relazione d'aiuto, anche nel nostro lavoro c'è bisogno di una vocazione, di sentire che è ciò che veramente si vuole fare. Dall'altra però credo che dovremmo iniziare a riflettere in modo più preciso e puntuale sulla direzione intenzionale dei nostri gesti. In questo caso la filosofia dell'educazione ci aiuta a definire tre piani fondamentali da cui partire. Uno di questi è rappresentato dalla questione antropologica, chi è l'altro per noi?

Questa domanda è centrale anche all'interno di questo blog. Infatti se ciò che voglio proporre è di cercare di avvicinarsi alla persona disabile lasciando da parte i deficit che ha, ma guardando all'altro come esistenza, come persona, quindi come possibilità di relazione, forse è il caso di specificare meglio che cosa s'intende con il concetto di persona. Fra i vari filosofi che hanno parlato della persona, mi sta particolarmente a cuore la definizione che viene data da Pareyson: "la persona può essere definita come esistenza". L'esistenza è, secondo il filosofo, il risultato concreto della dialettica tra due termini antinomici. Proprio l'esistenza si definisce attraverso 3 coppie antinomiche:

-iniziativa/situazione: l'i., cioè la possibilità che io sono, che sempre guida la situazione trascendendola, la s. che è ciò in cui mi trovo gettato, ma che può essere qualificata dall'iniziativa, quindi la possibilità che la trascende.

-passività/attività: la situazione è passività (non scelgo o la mia natura, il corpo con cui sono nato), ma la mia libertà è la possibilità di scelta, di giudizio, quindi di attività.

-definitezza/infinità: definitezza situativa in cui mi trovo a vivere, ma infinità di sviluppo (il tempo del progetto)


Ora, trovarsi gettati in una situazione non scelta, ma aver la possibilità di direzionare il nostro sviluppo, credo accomuni ogni essere vivente che sia definibile persona. Cioè, certamente nascere in un piccolo paese abbandonato e nascere in un corpo con un deficit non è, per intensità, la stessa definitezza situativa. Esistono cioè gradi diversi di limite, ma ciò che conta è che esistano per tutti. Proprio per questo l'altro è prima di tutto una persona.